Semm Australian
Il comunicato con cui il Como 1907 ha annunciato la trasferta in Australia per affrontare il Milan sembra scritto più da un ufficio marketing di una multinazionale che da una società sportiva. È un testo pieno di termini altisonanti come «missione globale», «ambasciatori» e «sopravvivenza della lega», che vorrebbero giustificare un’operazione di immagine ma finiscono per allontanare ancora di più il club dalla sua gente.
Perché, al netto delle parole, la realtà è molto più semplice: l’ipotesi di Perth è nata per caso, solo perché San Siro non era disponibile, e si è poi deciso di costruirle intorno una narrazione artificiale, nel tentativo di presentare come scelta strategica quella che in realtà è una soluzione di comodo.
Eppure, proprio questa vicenda racconta molto più di quanto sembri. In Premier League, che la stessa società cita come modello, nessuno si sognerebbe di portare una partita ufficiale dall’altra parte del mondo. Gli stadi sono nuovi, di proprietà, e anche gli investitori stranieri rispettano le tradizioni: il Boxing Day resta sacro, non si gioca il lunedì e la Coppa di Lega, che coinvolge anche le squadre minori, garantisce un sistema competitivo e solidale.
Lì il calcio resta un fatto culturale, non solo commerciale. Da noi, invece, si arriva al paradosso di dover «salvare la Serie A» con una partita a 16 mila chilometri di distanza. Se il presidente della Lega trova normale dire che «in Italia non c’è uno stadio disponibile», il problema non è organizzativo ma strutturale, e forse bisognerebbe cambiare i vertici del calcio italiano prima di cercare soluzioni oltreoceano.
Ma al di là della partita, il punto vero è la reazione. Per la prima volta da anni, la Curva del Como ha preso una posizione netta contro la società, e non per un mercato senza acquisti, ma per qualcosa di molto più profondo: il rispetto per la propria identità.
A dire no sono gli stessi tifosi che, durante l’alluvione di poche settimane fa, scelsero di non entrare allo stadio per andare a spalare il fango, appendendo uno striscione che racchiude in cinque parole il senso più autentico dell’appartenenza: «Prima Como, poi il Como». Non è uno slogan, ma un modo di intendere la vita di comunità, che mette le persone, la città e la solidarietà davanti a tutto, anche alla passione sportiva.
E quel principio, che nasce dal basso, dovrebbe essere un monito anche per chi governa la città. Mentre la società esporta il marchio a Perth, qui il sindaco vuole abbattere la scuola Corridoni per far posto a un parcheggio. Una scuola viva, frequentata, dove sono cresciuti molti – compreso il sottoscritto – di quelli che oggi cantano «ricordo quando ero piccolino e mio padre mi portava al Sinigaglia…».
È difficile pensare che la società più ricca d’Europa, che ha affidato il progetto del nuovo stadio a uno degli studi più prestigiosi del mondo, Populous, non riesca a trovare un’alternativa all’abbattimento di una scuola perfettamente funzionante. In realtà, è solo una questione di priorità: se si mette il brand prima della comunità, si finisce sempre per sacrificare la parte più viva e autentica di una città.
In tutto questo, Rapinese non perde occasione per schierarsi dalla parte sbagliata. Da interista convinto, si atteggia a primo tifoso del Como, ma il suo entusiasmo per ogni decisione della società non ha nulla a che vedere con l’amore per la squadra, né tantomeno per la città.
È l’atteggiamento di chi confonde la rappresentanza con l’accondiscendenza per tornaconto elettorale, dimenticando che un sindaco non deve accettare supinamente le decisioni altrui, ma chiedere e ottenere qualcosa in cambio per la città, perché questo è il principio che rivendichiamo ogni volta che parliamo del nuovo Sinigaglia: non un’opera calata dall’alto, ma un progetto che porti un beneficio concreto a Como oltre che al Como.
Questa vicenda, nel suo insieme, racconta molto più di una partita spostata dall’altra parte del mondo. È la fotografia di una contrapposizione che attraversa la nostra epoca: da una parte chi crede ancora nei valori dell’identità, della storia e delle tradizioni, come fanno le forze politiche conservatrici che difendono il radicamento e la libertà dei popoli; dall’altra chi, in nome del globalismo, punta a omologare tutto, cancellando culture, appartenenze e differenze, nel tentativo di costruire un mondo dove ogni cosa è intercambiabile, perfino una città come Como.
E allora una domanda sorge spontanea: quanto è coerente continuare a utilizzare lo slogan «Semm Cumasch» per promuovere una squadra che porta una delle partite più importanti per i tifosi a 16.000 chilometri di distanza? Forse, sarebbe il caso di scrivere Semm Australian.
