I luoghi comuni e il rischio per Como
L’episodio è noto: durante una seduta del consiglio comunale di Como, il sindaco Alessandro Rapinese si è rivolto alla consigliera del PD Patrizia Lissi dicendole che «sembrava una tabaccaia della Valtellina».
La frase ha generato immediate proteste politiche e territoriali, fino a spingere il sindaco – in seguito – a scusarsi pubblicamente con «le tabaccaie valtellinesi», ma non con la consigliera comunale, riconoscendo l’infelicità dell’espressione.
Il punto non è soltanto la battuta: è ciò che rivela.
Quando un rappresentante istituzionale sceglie l’appellativo ironico, stereotipato o denigratorio al posto dell’argomentazione, l’istituzione stessa perde credibilità.
E un insulto, se ripetuto o amplificato, può trasformarsi in un’etichetta che rimane.
Per capire come funziona questo meccanismo, bastano alcuni casi noti:
• Silvio Berlusconi – “Il Cavaliere”
Un appellativo diventato marchio identitario, derivato dal titolo di Cavaliere del Lavoro.
• Matteo Renzi – “Il Rottamatore”
Soprannome politico da lui stesso rivendicato durante la sua fase di ascesa.
• Matteo Salvini – “Il Capitano”
Etichetta diffusa dai suoi sostenitori, divenuta simbolo del suo ruolo di leader.
• Palmiro Togliatti – “Il Migliore”
Un soprannome storico usato all’interno del suo stesso partito.
• Bettino Craxi – “Il Cinghialone”
Appellativo giornalistico, spesso usato in modo ironico o critico.
• Giorgia Meloni – “La Pesciarola”
Usato in chiave scherzosa da alcuni cronisti romani, richiamando il suo stile comunicativo diretto e l’immaginario popolare del mercato rionale.
Questi soprannomi funzionano perché condensano in una parola un’immagine, un giudizio, un’intera narrazione pubblica, positiva o negativa.
Ma Se un sindaco utilizza appellativi per delegittimare un avversario, e lo fa con toni sgradevoli, arroganti o urlati, il rischio è che proprio quel suo comportamento diventi esso stesso un pericolo per i cittadini che egli rappresenta.
Non l’offesa del momento, ma il fatto che un nome possa trasformarsi – suo malgrado – nel simbolo di un modo di comportarsi.
Un rischio reale, che nasce ogni volta che la politica abbandona il rispetto e sceglie la caricatura e che rischia di creare luoghi comuni difficili da sradicare.
E il rischio peggiore, a discapito dell’immagine della nostra città, è proprio questo,
che, d’ora in poi, di fronte a una persona maleducata, aggressiva, urlatrice, incapace di rispettare il confronto, qualcuno possa dire:


