Crans Montana: il dolore di una tragedia che si poteva evitare
La strage di Crans‑Montana ci lascia un vuoto difficile da colmare, ci lascia un dolore profondo. Decine di giovani che non torneranno più a casa, famiglie spezzate, una comunità che si ritrova improvvisamente immersa in un silenzio irreale.
Penso a quei ragazzi — molti dei quali minorenni — intrappolati in un locale che avrebbe dovuto essere un luogo di festa, penso ai loro genitori che li hanno salutati con un “divertiti”, senza immaginare che sarebbe stato l’ultimo. Penso a quei giovani che avevano tutta la vita davanti, sogni, progetti, ingenuità, fiducia. E penso a quanto sia ingiusto che siano stati proprio loro a pagare il prezzo più alto.
È il tipo di tragedia che non dovrebbe mai accadere, e che invece continua a ripetersi, sempre uguale, sempre devastante.
Le prime ricostruzioni parlano di un incendio esploso in pochi istanti, di una sola via di fuga, di persone intrappolate in un locale che avrebbe dovuto essere un luogo di festa, che aveva un’unica via di uscita, nulla sull’impianto antincendio.
Questo è un dolore che mi colpisce come madre e come “tecnico” in quanto come responsabile SUAP (per capire responsabile dello sportello unico delle attività produttive), ho passato anni a occuparmi di autorizzazioni per eventi e manifestazioni, cercando di far capire, anche con discussioni, che la sicurezza non è un dettaglio, non è un timbro, non è un ostacolo. È vita.
Eppure, troppo spesso, la sicurezza viene trattata come un fastidio. Si minimizza, si deroga, si chiude un occhio. Finché non succede l’irreparabile. Finché non ci ritroviamo a contare i morti, a chiederci come sia stato possibile, a ripetere frasi che abbiamo già sentito troppe volte.
La verità è amara: non impariamo mai davvero. Ogni tragedia sembra scuoterci, ma solo per un momento. Poi tutto torna come prima. Le stesse leggerezze, le stesse pressioni, la stessa convinzione che “tanto non succede”. Ma succede. E quando succede, il prezzo è insopportabile.
Crans‑Montana ci ricorda che la sicurezza non è burocrazia. È un atto d’amore verso chi partecipa a un evento, verso chi lavora, verso chi si affida a noi. È ciò che separa una serata di festa da una notte di lutto.
Se questa tragedia deve avere un senso, forse è proprio questo: ricordarci che ogni volta che sottovalutiamo un rischio, stiamo giocando con la vita di qualcuno. E che certe omissioni non sono errori. Sono ferite che non si rimarginano più.


