Como tra opportunità e rischio parco tematico: la politica torni a guidare
Il recente reportage pubblicato dal quotidiano francese Le Monde ha acceso i riflettori su Como, descrivendola come una città “denaturata”, trasformata progressivamente in un “marchio di successo” più che in una comunità viva. Una narrazione che, al netto di qualche forzatura, coglie però un punto reale: Como è oggi al centro di un processo di trasformazione profonda, guidato in larga parte da capitali, visioni e interessi esterni.
Al centro di questo cambiamento ci sono i fratelli Hartono, miliardari indonesiani proprietari del Calcio Como dal 2019, che hanno applicato alla città – e al club – una visione imprenditoriale ambiziosa e globale. Il presidente del Como 1907, Mirwan Suwarso, non lo ha mai nascosto: il modello di riferimento è quello di un ecosistema integrato, ispirato a Disneyland, dove sport, turismo, intrattenimento, merchandising e city branding convivono e si rafforzano a vicenda. Il lago e la città diventano così non solo un luogo, ma un prodotto, inserito in una strategia di business internazionale.
È un approccio innovativo, moderno, che ha prodotto risultati oggettivamente straordinari. In soli sei anni il Como è passato dalla Serie D ai vertici della Serie A, un’impresa sportiva rarissima, sostenuta da investimenti che sfiorano i 300 milioni di euro. Un progetto strutturato, pianificato, portato avanti con una determinazione che merita grande rispetto.
Considero questo percorso un’opportunità storica per il territorio. Ma proprio perché siamo davanti a un’occasione unica, è impossibile non vedere lo squilibrio che oggi si è creato: da una parte un soggetto privato fortissimo, con una visione chiara e risorse enormi; dall’altra un’amministrazione comunale debole, priva di una strategia complessiva, che si limita ad assecondare iniziative esterne senza esercitare fino in fondo il proprio ruolo politico.
Non governare i processi, ma subirli, non è neutralità: è rinuncia. E quando la politica rinuncia a guidare, qualcun altro decide al posto suo. Il contributo della famiglia Hartono è indiscutibile. Robert Budi e Michael Bambang Hartono hanno trasformato il Como in un progetto all’avanguardia anche sul piano economico. Il fatturato del merchandising è cresciuto in modo esponenziale, il personale è aumentato in maniera significativa, si è creata una rete internazionale di negozi affiliati e partnership di alto livello che hanno amplificato l’attrattività del brand “Lake Como” nel mondo.
Anche l’impatto sul turismo è sotto gli occhi di tutti. I numeri crescono, le presenze aumentano, il settore occupa decine di migliaia di persone e rappresenta ormai una quota rilevante dell’economia provinciale. Nel 2023 le presenze turistiche hanno superato i 4,8 milioni di pernottamenti, un milione in più rispetto al 2019; nei primi otto mesi del 2024 si sono registrate oltre 4,3 milioni di presenze tra Como e Lecco.
A questo si aggiunge un elemento immateriale ma potentissimo: il sogno. Il ritorno in Serie A dopo ventun anni ha unito la città, ha restituito orgoglio, appartenenza, identità. Per molti di noi, il Como non è solo una squadra: è una parte di storia personale. Da tifoso, da comasco e da politico, i meriti del Club li riconosco senza se e senza ma.
Così come rivendico con coerenza una posizione che porto avanti da oltre vent’anni: il sostegno alla riqualificazione dello stadio Sinigaglia. Una battaglia che non nasce oggi e che non è figlia delle convenienze del momento, a differenza di chi, come il Sindaco, sembra essersi accorto del valore del Como e del suo stadio solo in prossimità delle ultime elezioni.
Detto questo, sarebbe irresponsabile fermarsi all’entusiasmo e non guardare alle criticità. La proprietà del club è indonesiana e il management è in larga parte composto da figure non legate al territorio. Non è un peccato originale, sia chiaro. Ma è un dato politico, culturale e simbolico che non può essere ignorato.
Colpisce, ad esempio, il contrasto tra la forte enfasi sul city branding, sul “Lake Como”, sullo slogan “Semm Cumasch”, e una governance che appare distante dalla comunità locale. Quel richiamo all’identità comasca rischia di diventare una formula vuota se non è accompagnato da un reale coinvolgimento del territorio. Non a caso, cresce il malcontento di chi percepisce quello slogan come buono per il marketing, ma povero di sostanza.
Il caso dello stadio Sinigaglia è emblematico. Il progetto di riqualificazione è un’opportunità enorme, ma oggi manca di una vera anima identitaria. Manca un disegno che tenga insieme sviluppo, storia, città e persone. Le promesse di ascolto dei residenti sono rimaste, finora, parole. E l’amministrazione comunale non ha fatto nulla per colmare questo vuoto: nessuna proposta forte, nessuna visione integrata, nessuna idea capace di trasformare un’opera infrastrutturale in un progetto culturale e urbano.
Qui il punto non è fare un processo al Como. Il punto è che una politica all’altezza del suo ruolo governa il confronto, media, mette paletti e costruisce soluzioni. Se la politica abdica, il conflitto esplode e diventa un boomerang per tutti.
Ancora più grave nonché pericoloso in termini di immagine è il silenzio su ipotesi che hanno giustamente scosso la città, come quella dell’abbattimento della scuola Corridoni per fare spazio a un autosilo. Anche solo evocare una scelta del genere senza un confronto serio è un errore politico enorme. Una scuola non è un ingombro: è un presidio di comunità. E se una città inizia a sacrificare le scuole per i parcheggi, ha già perso la bussola.
Il tema del turismo, poi, è la grande questione di fondo. Una risorsa straordinaria, ma senza governo diventa un problema. Ci sono giornate in cui la pressione turistica supera chiaramente il livello di sostenibilità, con effetti evidenti sulla mobilità, sui servizi e sulla qualità della vita dei residenti. Eppure, l’attuale amministrazione sembra inseguire un modello basato su grandi player internazionali, turismo d’élite e rendita, senza preoccuparsi delle conseguenze sociali.
Nel frattempo, i residenti pagano il conto: regolamenti sempre più rigidi per chi lavora sul lago, commercianti soffocati dalla burocrazia, aumenti delle tariffe dei parcheggi, servizi che chiudono o vengono ridimensionati. La città perde abitanti, i giovani se ne vanno, i borghi si svuotano. Il lago diventa una vetrina, ma dietro la vetrina la comunità si impoverisce.
La domanda, allora, è semplice e brutale: vogliamo che Como sia una città viva o un parco tematico? Vogliamo che il turismo sia un’opportunità anche per i comaschi o un meccanismo che arricchisce pochi grandi operatori lasciando ai residenti la mera mandopera e costi crescenti?
Un “modello Disneyland” per altospendenti può legittimamente funzionare per gli affari di un’azienda come il Como 1907, ma esteso a tutto il territorio distrugge l’anima dei luoghi. E senza anima, anche il brand perde valore. Per questo serve una guida politica all’altezza della sfida. Una guida che parta da un principio chiaro: apertura agli investimenti, sì, ma dentro un quadro di regole fondate sulla reciprocità e sul rispetto del territorio. Non sudditanza, ma collaborazione. Non subalternità, ma governo dei processi.
Questo significa sostenere davvero l’imprenditoria locale, semplificare, incentivare, creare le condizioni perché chi vive e lavora qui possa competere. Significa far incontrare capitale internazionale e tessuto locale, generando sinergie vere, non slogan. Significa investire i proventi del turismo in servizi, scuola, sanità, casa, qualità della vita. Perché una città non vive di vetrine: vive di famiglie, lavoro stabile, servizi e radici.
Significa anche ripensare il modello di promozione, puntando su esperienze autentiche e su una narrazione vera del territorio, non su pacchetti standardizzati replicabili ovunque. Como ha una storia millenaria, una cultura profonda, un’identità forte. È questo, insieme al Lago, il suo vero valore competitivo. In questa direzione, ad esempio, sviluppare una piattaforma proprietaria per la gestione dei servizi turistici, indipendente dai grandi player internazionali, capace di integrare e valorizzare i media locali, sarebbe un volano straordinario per tenere più danaro sul territorio raccontando storie autentiche del lago e della sua gente.
Como non è Disneyland. È una città reale, con problemi reali e persone reali, e merita uno sviluppo che non la svuoti, ma la rafforzi. Come Fratelli d’Italia, in un futuro sempre più prossimo, lavoreremo per ripristinare sin da subito questo equilibrio: sviluppo e identità, apertura e tutela, crescita e comunità, innovazione e tradizione.
Como merita una politica che governi il cambiamento, non che lo subisca.
